Un motivo di speranza
(conclusione del libro 'Collasso' di Jared Diamond)

Gli abitanti dei paesi ricchi potrebbero affrontare onestamente il più grande interrogativo che oggi ci troviamo davanti: quanta parte del nostro stile di vita possiamo permetterci di conservare?
Come ho già detto, sembra impossibile che i ricchi del pianeta si convincano da soli a diminuire il loro impatto ambientale. Ma l’alternativa, ovvero il proseguimento degli odierni ritmi di consumo e di produzione di rifiuti, è una prospettiva del tutto irreale. Questo dilemma mi fa pensare a una celebre frase di Winston Churchill: «La democrazia è la peggiore forma di governo, se si escludono tutte le altre sperimentate nel corso della storia». Allo stesso modo, ridurre il proprio stile di vita spontaneamente è una cosa inverosimile, ma è anche la soluzione meno irrealistica tra tutte le altre che prevedono la nostra sopravvivenza.
In realtà il compito non sarà facile ma neanche impossibile. Ricordiamo che il nostro impatto sull’ambiente è il prodotto di due fattori: il numero della popolazione e l’impatto pro capite. Per quanto riguarda il primo, la crescita demografica è drasticamente diminuita in tutti i paesi ricchi, cosí come in molti in via di sviluppo (incluse la Cina, l’Indonesia e il Bangladesh, che sono rispettivamente al primo, al quarto e al nono posto tra i paesi piú popolati). Il tasso delle nascite in Giappone e in Italia è già inferiore a quello delle morti, e dunque la popolazione di questi due paesi (se non aiutata dagli immigrati) comincerà presto a diminuire. Per quanto riguarda l’impatto ambientale individuale, basterebbe poco: non ridurre il consumo delle risorse, ma gestirle meglio.
Il mio ultimo motivo di speranza è frutto di un’altra conseguenza della globalizzazione. In passato non esistevano né gli archeologi nè la televisione. Nel XV secolo, gli abitanti dell’isola di Pasqua che stavano devastando il loro sovrappopolato territorio non avevano alcun modo di sapere che, in quello stesso momento, ma a migliaia di chilometri, i vichinghi della Groenlandia e i khmer si trovavano allo stadio terminale del loro declino, o che gli anasazi erano andati in rovina qualche secolo prima, i maya del periodo classico ancora prima e i micenei erano spariti da due millenni. Oggi, però, possiamo accendere la televisione o la radio, comprare un giornale e vedere, ascoltare o leggere cosa è accaduto in Somalia o in Afghanistan nelle ultime ore. I documentari televisivi e i libri ci spiegano in dettaglio cosa è successo ai maya, ai greci e a tanti altri. Abbiamo dunque l’opportunità di imparare dagli errori commessi da popoli distanti da noi nel tempo e nello spazio. Nessun’altra società del passato ha mai avuto questo privilegio. Ho scritto questo libro nella speranza che un numero sufficiente di noi scelga di approfittarne.