Due virtù indispensabili

(conclusione del libro di Antonio Polito "Prove tecniche di resurrezione")

La prima è la pazienza.
Il significato greco della parola hypomone, da cui deriva l’italiano «pazienza», è «sostenere con fermezza, mantenersi saldi».
Capacità di sopportazione e di resistenza, dunque. Ne avremo bisogno sempre di più, con il passare degli anni. Un po’ perché saremo chiamati certamente a qualche sofferenza, fisica e morale; un po’ perché ne sapremo ormai abbastanza della vita da non fare l’errore di impegnarci in battaglie inutili per puro orgoglio, per averla vinta, per vanità.
Continueremo, ahinoi, a incontrare gente che ci sta antipatica, o che non ci piace, ma non avrebbe più senso lottare per dimostrare loro la nostra superiorità. Non abbiamo più bisogno di essere superiori a nessuno, non siamo più in competizione.
Abbiamo invece bisogno – da padri, nonni, maestri o volontari – di sostenere con la nostra pazienza giovani che faticano a sopportare le avversità o le inimicizie.
Dunque, il capitale di pazienza di cui disporremo non solo renderà noi più saldi e più miti, ma accrescerà anche il nostro valore sociale, arricchendo la comunità di cui facciamo parte.

L’altra virtù di cui non potremo fare a meno è l’umorismo.
Che poi è in qualche modo un prodotto collaterale della pazienza: solo chi sa sopportare è in grado di cogliere gli aspetti umoristici dell’esistenza, così comprendendone meglio il senso e le finalità.
Divertirsi, essere allegri, ridere e far ridere, sono elementi essenziali di ogni vita buona, figuriamoci di una seconda vita.
Sempre più spesso ce lo racconta anche il cinema. Le storie di anziani sono passate in pochi anni dalla sconvolgente tristezza di film come Amour di Michael Haneke, dove nella vita di una coppia di anziani la fa da padrona la malattia; alla malinconia di Youth - La giovinezza, di Paolo Sorrentino, in cui gli anziani non riescono a staccarsi dalla nostalgia di una gioventù che ancora desiderano; alla scanzonata dolcezza di Ella & John, i due vecchi ragazzi di Paolo Virzì che fuggono dai figli per ritrovarsi in un road-movie, meta la casa di Hemingway a Key West; alla comicità vera e propria con cui Jean Rochefort interpreta un irresistibile ottantenne alle prese con l’Alzheimer in Florida di Philippe Le Guay; fino al magnifico sorriso buddhista con cui il grande Harry Dean Stanton, alla sua ultima prova d’attore in Lucky, dice addio alla vita come una testuggine, incamminandosi lentamente nel deserto.
Bisogna, infatti, sempre tenere a mente la massima di Maurice Chevalier: «Non si smette di ridere perché si invecchia, ma si invecchia perché si smette di ridere». Al senso di perdita che ci angoscia man mano che si avvicinano gli ultimi anni, bisogna sostituire un senso di conquista: niente di ciò che è esistito è perso per noi, ma tutto ciò che stiamo per vivere è nuovo e inedito, e dipende solo da noi se sarà bello o brutto. Del resto, è stato così in ogni fase della nostra vita. Non imputeremmo mai alla giovinezza un periodo triste; perché dunque pensiamo di poter dare la colpa all’invecchiamento di una incapacità di gioire che invece è tutta nostra?
Sarebbe il caso di accogliere in pieno l’invito dell’esortazione apostolica di papa Francesco: «Rallegratevi ed esultate». E se proprio cercassimo una preghiera per augurarci lunghi anni e felici, potremmo scegliere quella attribuita a san Tommaso Moro:

Dammi, Signore, una buona digestione, e anche qualcosa da digerire.

Dammi la salute del corpo, con il buon umore necessario per mantenerla.

Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa ingombrante che si chiama “io”.

Dammi, Signore, il senso dell’umorismo.

Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri.

Amen.

caricato il 14/11/2018

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